martedì 14 luglio 2020

TVATT - immagini dal progetto teatrale

A poco più di due anni dal tour nordeuropeo di TVATT, opera teatrale contemporanea ispirata a Berkoof e diretta da Luigi Morra, prodotto da Etérnit e Teatraltro, e sostenuto attivamente dalla Dante di Anversa, dall'IIC di Bruxelles e dall'IIC di Amsterdam, siamo lieti di annunciare la pubblicazione del documentario di Domenico Catano, che condensa le idee dietro al progetto e le immagini dei luoghi dove lo spettacolo si è tenuto, puntando a riflettere anche sulla diversità di ricezione del pezzo a seconda del luogo in cui veniva rappresentato.
Il documentario, sostenuto da Teatron 2.0, ha l'opzione sottotitoli in inglese e pertanto è fruibile anche a chi non mastica il napoletano, lingua molto presente nel pezzo.

Ecco il link al video su Vimeo: TVATT immagini dal progetto teatrale

Domenico Catano ha vissuto e allestito lo spettacolo TVATT in ogni sua tappa, occupandosi del disegno luci e dei video di scena; contestualmente ha raccolto i materiali per la realizzazione di un mediometraggio che alterna sequenze di backstage, prove, tournée, incontri, proponendo anche un passaggio sugli scenari di provincia che hanno ispirato l’estetica e il linguaggio del progetto. Fuori dagli schemi del documentario vero e proprio, questo breve docufilm vuole essere una sorta racconto intimo, un diario.




E ne approfitto per segnalare questo articolo, che appunto contiene una lunga riflessione del regista Luigi Morra sui recenti eventi avvenuti a Mondragone, città in cui risiede, al centro della pubblica attenzione negli ultimi giorni, pubblicato online da Gli stati generali: articolo su Gli Stati generali


Luigi Morra in una foto di scena di Mena Rota



sabato 11 luglio 2020

L'infinito Morricone


Pare ormai conclamato che la mancata candidatura all'Oscar di Ennio Morricone per le musiche originali di C'era una volta in America, nel 1984, fu conseguenza non di una sottovalutazione della celebre - e plauditissima- partitura per l'epopea gangster interpretata da Robert De Niro e James Woods, ma di una banale inadempienza: i produttori del film non riuscirono a sottoporre correttamente la documentazione necessaria per presentare alla considerazione dell'Academy of Motion Picture Arts and Sciences il film nella categoria musiche, invalidando a priori qualsiasi chance di vittoria del già apprezzatissimo compositore romano, alla sua sesta ed ultima collaborazione con il suo amico d’infanzia e regista d'eccezione, Sergio Leone.


Nel 2007, quando il sottoscritto ebbe modo e privilegio di conversare, insieme a Massimo Privitera, con l'artista in un lungo e indimenticato incontro appositamente organizzato dal mensile Colonne Sonore in collaborazione con la Casa del Cinema di Roma, sembrava evidente quanto la statuetta d'oro che si accingeva finalmente a ritirare di lì a qualche giorno - infine giunta a premiare non un singolo commento musicale bensì un'intera carriera - avesse principalmente il valore del gesto riparatore piuttosto che dell'attesissimo e sdoganante conferimento. Non fosse altro perché un premio pur così ambito davvero poco avrebbe potuto convalidare, aggiungere o nobilitare ad un nome, un talento, un genio e una carriera, che già trent'anni prima poteva vantare i meriti e la fama di pochi altri esponenti musicali imprescindibili nella storia della cultura moderna e contemporanea. Forse già icona trasversale e internazionale del connubio musica e immagini in movimento.

Estratto video della serata del 16/02/2007 con Morricone

E in quella serata del 16 febbraio, nel cuore di Roma, in una sala gremita di pubblico, amici di sempre, colleghi e ammiratori indissolubili, Morricone lo sapeva e ce ne accorgemmo subito. Emozionato certo, contento e fiero del tardo ma comunque apprezzato conferimento, il musicista apparve lucidissimo, mordace e schietto come sempre, ringraziava, ma forse ben cosciente che a 79 anni, circa 500 film musicati, innumerevoli concerti, una discografia praticamente sconfinata, schiere di imitatori e un'influenza tale nel suo settore paragonabile forse solo a quella con Bernard Herrmann, quel premio senz’altro aveva il sapore del palmares che, ad un certo punto, di differenza ne fa veramente poca e sconfina nella dovuta formalità.

Avrebbe bissato poco meno di dieci anni dopo aggiudicandosi (assai meritoriamente) una seconda statuetta per lo score all’unico dei film che Quentin Tarantino ha attualmente scelto di far accompagnare da musiche appositamente composte, The Hateful Eight. Eppure, all’indomani così ancora toccante e stordente della scomparsa del compositore a 92 anni, ragionando su come e quando davvero verrà raccolta debitamente e scrupolosamente la sua sconfinata e ampia lezione musicale per lo schermo, al di là dei clangori e degli inni fin troppo risaputi, ci si domanda guardando indietro, quanto poco conti una statuetta se dall’altra parte a fare i fatti (e qualche volta i film), bastano le musiche. A chi volesse capire meglio, si suggerisce di vedere (probabilmente, di rivedere) Il Buono, il Brutto, il Cattivo. Resistendo per una volta al richiamo preponderante dell’infallibile galloping del rutilante tema principale o dei passaggi lirici caratterizzati dalla voce di Edda Dell’Orso, ci si soffermi sul momento in cui il picaresco Tuco di Eli Wallach, dopo aver fatto ricoverare il “Biondo” Clint Eastwood in una missione di francescani, s’ingegna, solo nel corridoio del convento, a ragionare sul da farsi per strappare al compare di viaggio l’ubicazione di una tomba piena d’oro. Morricone, in una manciata di secondi, si accosta al personaggio, quasi complice e sornione, sbrigliando un intervento puntuale, minuzioso, brillantissimo per scelta melodica, coerenza tematica e timbrica orchestrale. Un cesello che, in un raro ed esemplare fenomeno di perfetta sinergia tra musica e immagine, materializza quasi concretamente i cinici intenti del personaggio, finanche ad emanarne musicalmente le macchinazioni mentali dello scalcinato bandito.


Si approfitti dunque della scomparsa di questo titano per riconsiderare l’arte della musica da film. Quella autentica. È in quegli interventi magari secondari o “tecnici” (ma che si annidano nell’inconscio dello spettatore come pochi altri), di basso minutaggio, dove il compositore si sporca davvero le mani con il cronometro e la bacchetta, a far di conto tra le esigenze della scena e le necessità di sviluppo e integrità musicale, che brillano probabilmente le più indicative delle attestazioni di grandezza: il mestiere, l’intuito e il genio. Molto più di quanto, con tutto il rispetto, brillino due statuette d’oro.
Giuliano Tomassacci

giovedì 2 luglio 2020

Omaggio all'Italia e a Beethoven - Concerto dal teatro dell'IIC di Bruxelles


Il 29 giugno, alle 19 e in diretta dal teatro dell'Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles, si è tenuto un appuntamento online che ha saputo concludere nel migliore dei modi un anno diverso dalla consuetudine, il concerto per pianoforte Omaggio all’Italia e a Beethoven.
Il direttore dell’Istituto, il prof. Paolo Sabbatini, ha fermamente voluto che il teatro dell’IIC di Rue de Livourne tornasse ad assolvere alla sua funzione, portando la cultura direttamente nelle nostre case, usando i social media, e ha dunque affidato un evento estremamente significativo a un’artista, già nota all’Estero e che rappresenta degnamente il nostro patrimonio musicale nel mondo, la pianista Giusy Caruso, italiana residente a Bruxelles.
La scelta è ancora più apprezzata se si pensa a quanti musicisti, artisti, operatori e addetti ai lavori che fanno girare la macchina del mondo dello spettacolo, sono rimasti purtroppo inattivi in questi ultimi mesi. Al nostro Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles, va un grazie per la sensibilità mostrata -da sempre- nei confronti delle nuove generazioni, scegliendo la Caruso e offrendoci un evento online di altissimo livello.
Giusy è stata infatti autrice di un’eccezionale lezione-concerto, trasmessa in live streaming, senza pubblico, nel rispetto delle restrizioni imposte a causa del COVID-19. Il tutto è stato trasmesso dalla pagina Facebook dell’IIC e condiviso da tanti utenti, attirati e ammaliati dalle doti di Giusy Caruso, impeccabile sia come pianista che come narratrice.

Il programma era piuttosto ricco e si è aperto con la brillante Tarantella per pianoforte di Alfonso Rendano, celebre pianista post-romantico calabrese (1853-1931), in cui le dissonanze e lo stile percussivo provano a esaltare le strutture proprie del genere compositivo e dello strumento.
Il secondo pezzo è stato Studio per pianoforte S.140 No.3 in sol diesis minore di Franz Liszt (1811- 1886), sul tema La Campanella del grande Niccolò Paganini (1782 – 1840), anche quest’ultimo celebre per la sua ricerca timbrica dello strumento. E personalmente, il ritorno in campo audio dei bassi al minuto 9’51” della timeline di Youtube, è la parte che preferisco, perché ogni volta in cui lo ascolto, e come se i bassi mi riacciuffassero per la collottola e mi riportassero alla realtà, dopo essermi -volontariamente e piacevolmente- perso in un ipnotico gioco di note alte, scale cromatiche e trilli, come un risveglio deciso ma allo stesso tempo delicato e carezzevole.
Dopo questi due pezzi, c’è stata la parte dedicata a Beethoven, ulteriore passo indietro nel tempo del programma della Caruso. Dopo una spiegazione sui rapporti fra Andrea Lucchesi (1741-1801) e Ludwig van Beethoven (1770-1827), Caruso ha eseguito la Sonata in do maggiore op.2 n.3 - suddivisa in quattro movimenti, coinvolgendo nelle pause il pubblico dall’altro lato dello schermo, con domande e inviti alla riflessione e a lasciare commenti e fare domande. Il concerto è poi terminato con un ultimo omaggio all’Italia, eseguendo la Sonata in re maggiore di Lucchesi.
Si è trattato di tre quarti d’ora indimenticabili, e anche se in questi tre mesi abbiamo assistito a tanti eventi musicali o artistici online, di alta caratura, questo concerto è stato diverso. Per l’interprete, Giusy Caruso, che è una concertista e una ricercatrice molto rinomata, richiesta interprete del repertorio musicale contemporaneo, con un curriculum di prim’ordine nonché ricercatrice post-doc all'Università di Gent, ma anche per l’istituzione che lo ha promosso, l’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles, il simbolo del nostro patrimonio culturale in Belgio e l’istituzione che ci assicura un contatto continuo e aggiornato con il mondo culturale della Madrepatria.
Ringraziando l'IIC di Bruxelles per questo dono, non possiamo non ringraziare tutti gli entusiasti collaboratori dell'Istituto, che con la loro dedizione, hanno reso possibile la trasmissione del concerto. Un doveroso ringraziamento va anche al CIDIM Comitato Nazionale Musica, che ha patrocinato l'evento.
Per chi volesse assistere di nuovo al concerto, basta cliccare questo link:
Omaggio all'Italia e a Beethoven. Concerto di pianoforte con Giusy Caruso



Emiliano Biagio Manzillo

venerdì 19 giugno 2020

Segnalazione per i soci: Giusy Caruso in concerto per l'Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles


#Artbreak.
Omaggio all'Italia e a Beethoven
Concerto in diretta con
la pianista Giusy Caruso
In diretta Facebook
dal teatro dell'IIC
29 giugno ore 19
Il prossimo appuntamento online dell'Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles
si terrà il 29/06 alle 19 in diretta dal teatro dell'Istituto.
Protagonista sarà Giusy Caruso, pianista italiana residente a Bruxelles in una lezione-concerto di
grande interessetrasmessa in live streaming, senza pubblico, nel rispetto delle restrizioni
imposte a causa dell’emergenza della diffusione del COVID-19.
Il concerto potrà esser seguito sulla pagina Facebook dell’IIC e condiviso in maniera interattiva
partecipando in dialogo con l’artista attraverso commenti, domande e curiosità.
Il concerto è dedicato all’Italia e al compositore Ludwig van Beethoven
(Bonn, 1770-Vienna, 1827) nel 250simo anniversario della sua nascita.

Programma di sala

Tarantella per pianoforte del compositore calabrese Alfonso Rendano (Carolei, 1853-Roma, 1931)


Studio per pianoforte S.140 No.3 in sol diesis minore di Liszt
sul celeberrimo tema La Campanella del grande violinista e compositore Paganini


Sonata in do maggiore op.2 n.3 - suddivisa in quattro movimenti:
Allegro con brioAdagioScherzo: Allegro, Allegro assai 
di Ludwig van Beethoven (Bonn, 1770-Vienna, 1827)


Giusy Caruso è pianista concertista, artista ricercatore e musicologa italiana residente a Bruxelles.

Rinomata interprete del repertorio musicale contemporaneo, di cui ha eseguito molte anteprime mondiali 

di opere spesso a lei dedicate, ha inciso CD per le etichette discografiche Sipario Dischi, Tactus,

Centaur Records e Da Vinci Classics, che hanno ricevuto consensi di critica in tutto il mondo,

come la sua interpretazione dei 72 Etudes Karnatiques del compositore francese Jacques Charpentier.

Premiata da importanti istituzioni, Giusy Caruso è impegnata in una intensa attività concertistica che

la vede protagonista di esibizioni in Europa, Asia, Russia e America, partecipando anche a programmi

radiofonici e televisivi. Ricercatore post-doc affiliato all'Istituto di psicoacustica e musica elettronica 

(IPEM) dell'Università di Gand, Caruso è regolarmente invitata come docente ospite in Università, 

Conservatori e Istituzioni che si occupano di ricerca artistica.

venerdì 5 giugno 2020

Eva dorme di Francesca Melandri, L’arminuta di Donatella Di Pietrantonio Accabadora di Michela Murgia: qualche riflessione


Comincio con Eva dorme di Francesca Melandri, libro che mi è piaciuto moltissimo. Per quanto riguarda la trama non voglio entrare nei dettagli perché non vorrei svelare ai futuri lettori il titolo misterioso, anche se posso immaginarmi che il significato non sia subito chiaro, com’è successo proprio a me. Invece è veramente valsa la pena aspettare un po’ finché si rivelasse man mano durante la lettura.
Il libro è concepito come un viaggio nel tempo, viaggio con partenza nei dintorni di Bolzano e arrivo a Reggio Calabria. È il viaggio di Eva, figlia di Gerda, che va a trovare Vito, cioè il patrigno che per lei è stato sempre suo padre. Quello biologico non lo ha mai conosciuto.



Una particolarità di Eva dorme che mi è veramente piaciuta è l’aspetto storico, cioè la storia di una regione “italiana” sconosciuta per non dire “dimenticata”. Si parla di politica, però senza P maiuscola, non quella di partito e inoltre si parla della dinamica campagna-città, della questione linguistica dell’Alto Adige, che sussiste tutt’ora. La scrittrice non evita neanche argomenti tabù come l’omosessualità. Argomenti dunque abbastanza pesanti ma descritti quasi al volo in un linguaggio – a prima vista – semplice e molto accessibile nonostante qualche vocabolo dialettale. Il ritmo è lento, sembra adatto all’argomento, alla cadenza di un lungo viaggio in treno. Volendo proprio cercare un punto negativo, farei fatica a trovarne uno. Forse all’inizio della lettura c’è stata un po’ di confusione a causa delle analessi e dei prolessi che complicano la cronologia. In breve, è comunque un libro affascinante che consiglio vivamente. Grazie a Eva dorme ho fatto la conoscenza di un’altra scrittrice-giornalista altoatesina di nome Lili Gruber: Eredità (Una storia della mia famiglia tra l’Impero e il fascismo) parla delle stesse dinamiche di Eva dorme ma l’ha superato in più di un modo: sia per quanto riguarda l’autenticità e la credibilità dei personaggi che per lo stile, che considero più letterario. Poi il libro di Sebastiano Vassalli Il confine. I cento anni del Sudtirolo in Italia (Milano, Rizzoli, 2015) mi è stato molto utile per approfondire la mia conoscenza della storia di una regione italiana a mio parere sconosciuta a molti italiani, anche oggigiorno.


Ho anche molto apprezzato Accabadora di Michela Murgia e L’arminuta di Donatella Di Pietrantonio. Tutti e tre i libri li ritengo tipicamente “italiani”: non solo sono ambientati in Italia (benché non sappiamo dove esattamente è ambientato L’arminuta) ma si riferiscono anche a tematiche storiche o socioculturali dell’italianità.
L’arminuta e Accabadora hanno in comune il tema dell’adozione e della povertà, però ci sono anche maggiori differenze. Maria, la protagonista di Accabadora viene adottata (con il permesso della madre biologica) da una donna anziana per motivi non tanto chiari all’inizio del racconto. La madre adottiva, infatti, è un’accabadora cioè “l’ultima madre” che offre la morte dolce ai compaesani in fin di vita. Fu un’usanza nella Sardegna (ma non solo lì) degli anni Cinquanta.



L’accabadora parla dunque dell’eutanasia. Però comunque il libro, visto che nel caso descritto si tratti di una persona giovane non terminale, suscita anche la dinamica del suicidio assistito. Altra osservazione che mi è rimasta in mente dopo la lettura è che mi sono chiesta perché la Murgia non faccia usare all’accabadora il martello, strumento che storicamente veniva usato. Avrebbe voluto rendere l’atmosfera un po’ meno lugubre, mantenerla più misteriosa?
Parlando di misteri o di segreti, al contrario della protagonista di Accabadora quella de L’arminuta, cioè “la ritornata” non conosce i suoi genitori biologici fino al momento in cui è costretta ad andare vivere con loro e i suoi fratelli.  Di Pietrantonio descrive la confusione, il non sapere a chi appartieni o dov’è casa tua con molta empatia. Dipinge in un modo verace il rapporto madre-famiglia con tutti i dubbi e le incertezze inerenti.  In occasione dell’incontro al Groene Waterman, Donatella Di Pietrantonio ci ha raccontato come scrivendo si lasci prendere dai protagonisti dando loro la regia del romanzo. Mi ricordo la sua affettuosa testimonianza, mi è sembrata una persona molto simpatica che - al contrario di alcuni suoi colleghi - non si dà delle arie. Posso dunque solo sperare che le capiti un’altra volta e che ci regali il seguito dell’Arminuta.

                                         Donatella Di Pietrantonio al De Groene Waterman nel 2018



Per concludere, anche se fra di loro abbastanza diversi, tutti e tre i libri mi sono piaciuti.
Ogni libro è stato una specie di viaggio immaginario verso realtà sconosciute. Già da bambina ricorrevo alla lettura per sfuggire al trambusto famigliare – eravamo in cinque –, abitudine che ho conservato fino a oggi: in questi tempi di virus e di quarantena, leggere mi serve da rifugio consolatore!

Christine Leroy