domenica 24 giugno 2018

La conferenza del 21 giugno su Parronchi e Marcucci


Cari soci,
per me è stato un piacere chiudere il ciclo delle conferenze di quest’anno parlandovi di due personaggi che ho particolarmente a cuore: il pittore Mario Marcucci e il poeta Alessandro Parronchi.



Come richiesto da alcuni di voi, pubblico qui una poesia di Parronchi a mia scelta, che potrete apprezzare con calma nel tempo della lettura individuale. Si tratta della poesia-autoritratto che Parronchi scrisse per sua figlia Agnese, quando aveva appena quattro anni, e che meglio sintetizza la personalità dell’autore.

 


Io vi ringrazio ancora per essere stati presenti e vi ricordo l’appuntamento con il concerto del 15 agosto che inaugurerà il nuovo sistema d’illuminazione della facciata della Sint-Carolus Borromeuskerk. Spero di rivedervi il prossimo anno, più numerosi ed entusiasti che mai.

Buona estate a tutti,
Rossella Pensiero




Da Pietà dell’atmosfera (1960-’70)

AUTORITRATTO ALLA FIGLIA PER QUANDO AVRÀ VENTUN ANNI

Quattro anni, e non ancora
qualche verso per te.
E menomale che non puoi volermene.
Passerà molto tempo
prima che tu ti accorga che ai quattro anni
tuo padre non aveva
tentato ancora, né saputo dirti
in versi tutto il bene che ti vuole.
Mi decido, ti scrivo per quel giorno
una lettera, per i tuoi ventun anni,
che spero di vedere, ma se pure
li vedrò, chi sa mai se saprò, allora,
dirti quello che in cuore
sento, e sentirò sempre: anche se in questo
mondo che ad ogni istante si trasforma
dovessi rimaner senza parole.

Eccolo qui tuo padre.
Antiquato, lavora tutto il giorno.
La sera è stanco morto, e non guadagna
Tanto da metter su l’utilitaria.
Non corre all’arrembaggio, non riesce
in un mondo dove arricchire è legge,
a ingegnarsi, a intrigare, a prevedere.
Eccita l’ironia del progressista
e l’eterno fascista lo perseguita,
riman sempre alla striglia dei burocrati,
e il lavoro già fatto non gli conta,
deve ricominciar sempre da capo.
È vecchio, e non disarma. E ancora lotta
contro mulini a vento, polemizza
con l’imbroglio dell’arte del suo tempo.
Fra diecimila pittori operanti
Stima ancora, da quando lo conobbe
Il vecchio Mario. E stupore lo prende
tra il rigoglio di tante intelligenze
d’essere stato il primo a sostenerlo.
Donna e letteratura tien distinte,
amandole ambedue, ma non talmente
da non stimarle un pericolo unite.
Così non ama il sud, e il nord lo stomaca.
È un fiorentino, e pensa che il dialetto
oggi è soltanto sofisticheria,
e il romanesco in special modo reputa
linguaggio vil dell’itala sozzura.
Per qualche verso di Nerval,
tutto Éluard, tutto Neruda, tutto Brecht,
e ancora tutto Pascoli darebbe.
È il romanzo per lui genere morto,
che solo l’abitudine e un intrigo
di bas-bleu tiene in vita.
Salvo, s’intende, lo «Scialo» e le «Cronache»,
che Vasco, amico suo, scrisse con cuore
e nervi ed esperienza.
Per pochi, ultimi amici ama il presente,
questo suo tempo disperato e amaro
che con le proprie mani si distrugge,
e tante cose che ha veduto risorgere
del mondo dove nulla è nuovo e pure,
se guardato, a ogni punto è meraviglia.
Tra gli uomini di scienza ripartiti,
come in ogni altro senato accademico,
stima fiori di ingegni e di citrulli,
che nel corso di qualche esperimento,
assecondano i disegni del Padre,
come bimbo che disfa il suo giocattolo
la nostra terra manderanno in pezzi.
Si ride del progresso, e ogni poetica
gl’ispira incoercibile disgusto,
che dalle facce non può separarla
di chi per profittarne la sostiene.
E quel che accade, al suo intelletto chiede
solo d’umanità palpito e strazio.
Di queste convinzioni egli ha pagato
e paga e pagherà il peso e l’orgoglio.

Tu crescerai. Saprai in che modo il saggio
Salomone s’accorse
di quale delle due fosse la vera
madre,
dalle caverne della pietra
sentirai come scorre dolce l’acqua
del Giordano,
e come piume al ramo
vadano, come amore al cor gentile.
Nel mentre che parole tanto futili,
ma tanto dolci e futili, ma care,
non potrai non udire… Ah, finché puoi
guardati dagli artigli dei rapaci,
né mai insidia di serpe tra i cespugli
-che in mentre che ti parlo il male esiste
e avanza- tocchi te bambina mia.
Gioca, salta, rincorri, sgrana gli occhi
lucenti alla purpurea meraviglia
d’un cielo di tramonto. Anche di te
la vita che decide farà donna
che la vita conosce. Ma sarà
contento il padre se una volta uditala
saprai che sempre esiste la parola
che dà certezza, incendia,
oltrepassa la morte.
                                     Così al mondo
potessi essere tu l’ultima vera
madre, come mia madre,
come le nostre buone, vecchie madri
che santamente vivono nell’ombra
e non conobbero altra legge che d’affetto.



lunedì 18 giugno 2018

Lo spiritismo e la nascita del giallo italiano


Nel corso del suo intervento presso l’Università di Anversa il dottor Andrea De Luca, ricercatore di origine abruzzese oggi insegnante a Bruxelles, ha parlato ai nostri soci di un genere da sempre poco considerato nella Letteratura italiana “di serie A”: il giallo.
La storia del giallo in Italia andrebbe invece completamente rivalutata, secondo De Luca, non solo perché il genere permise di denunciare, in forma velata, le disfunzioni del sistema sociale del sud Italia alla vigilia e all’indomani dell’Unificazione, ma anche perché tra i primi gialli italiani troviamo opere che furono di probabile ispirazione per scrittori come Arthur Conan Doyle, padre letterario di Sherlock Holmes.
Ma partiamo dal principio. Stando all’attenta ricostruzione di De Luca, contrariamente a quanto si è ormai consolidato nell’opinione comune, in Italia questo genere non nasce con la collana della casa editrice Mondadori, che alla fine degli anni ’20 gli attribuisce per la prima volta, e con successo, un colore e un nome definitivi. Secondo la critica ufficiale infatti il primo giallo italiano sarebbe da individuare nel romanzo Il cappello del prete (1888) di Emilio De Marchi, scrittore della Scapigliatura milanese che sceglie di ambientare la vicenda a Napoli, dove il mistero legato all’omicidio di un sacerdote vortica attorno al ritrovamento di un suo oggetto personale: il cappello.
A questo punto però De Luca fa un passo in più rispetto a quanto affermato dalla critica, andando a scovare nei prodromi del genere quello che per lui può essere già considerato un giallo a tutti gli effetti e, soprattutto, individuando in quest’opera i punti di contatto con i romanzi di Conan Doyle.



Il libro in questione è Il mio cadavere (1852) del napoletano Francesco Mastriani, il quale sebbene non veda l’intervento di un investigatore, possiede già nella trama alcuni elementi cardine del genere (come la presenza di un morto e di un’autopsia).
L’opera di Mastriani esce sotto forma di romanzo di appendice sulla rivista Omnibus, in un periodo particolarmente fiorente per l’editoria europea e per il Regno delle Due Sicilie in particolare, grazie ai primati raggiunti da Ferdinando II di Borbone. Ma in qualche modo già canalizza i molteplici disagi vissuti dalla società italiana meridionale, in un periodo in cui i Borbone avvertono in maniera sempre più pressante la minaccia della perdita del potere e inaspriscono le misure punitive contro ogni forma di detrazione politica. Una tensione che esploderà con l’Unità d’Italia, quando masse organizzate di contadini insorgeranno contro il regime di tassazione imposto da Cavour, dando vita ai primi germogli di criminalità organizzata contro lo Stato.   
A Mastriani spetta il merito di aver descritto alla perfezione nelle sue opere il momento storico che stava vivendo, unendo all’impronta verista (evidente nella scelta di un linguaggio mimetico alla realtà sociale dei personaggi), il tema dell’investigazione. Favorendo perciò quello che Antonio Gramsci definì un “nuovo Umanesimo” per le persone meno alfabetizzate, attratte dalla narrativa d’appendice.
Mastriani era anche un appassionato di Spiritismo ed era entrato in contatto con Giovanni Damiani, membro della Society Psychical Research of London e collaboratore dei baroni di Chiaia, presso i quali lavorava, in qualità di bambinaia, la celebre medium napoletana Eusapia Palladino, i cui “poteri” furono oggetto di studio da parte della comunità scientifica internazionale (da Cesare Lombroso a Pierre e Marie Curie). I pareri illustri che si concentrarono su di lei non fecero che alimentare la curiosità delle persone nei confronti del paranormale, provocando il proliferare di libri in cui il sensazionalismo emotivo (legato ai temi della morte e dell’occulto), incontrava l’espediente della suspense. La combinazione tra Spiritismo e giallo si rivelò perfetta ai fini delle vendite.



È qui che tra i vari autori (Capuana, Bracco, Verdinois) entra in gioco anche Conan Doyle che nel 1926 scrive History of Spiritualism, manifestando il suo interesse per questo campo. Si potrebbe pensare, secondo l’ipotesi di De Luca, che l’autore di Sherlock Holmes, per gli interessi e gli ambienti frequentati, sia potuto entrare in contatto con l’opera dello scrittore napoletano, pubblicata 34 anni prima. Molti sarebbero gli elementi  che ci guiderebbero in questa direzione: le scelte narrative (i personaggi del Dott. Weiss e del Dott. Watson, le morti per avvelenamento), il fatto che entrambi gli scrittori conobbero Eusapia Palladino, i numerosi viaggi a Napoli di Doyle e il titolo di Cavaliere conferitogli da Francesco Crispi (anche lui appassionato di Spiritismo), o il fatto che Filippo Mastriani (figlio dello scrittore) sia stato traduttore dei primi due racconti di Sherlock Holmes, coincidenza che rafforzerebbe l’ipotesi di un loro legame.



Lo scenario inedito delineato da Andrea De Luca, e presentato in anteprima ai soci della Dante di Anversa, sarà argomento di una prossima pubblicazione presso la casa editrice Marsilio di Venezia. A lui va il nostro in bocca al lupo e l’augurio che il libro possa riscuotere lo stesso successo di pubblico che rese celebre il genere da lui analizzato.


Rossella Pensiero

Un articolo su La Dante di Anversa - da "Buonissimo"

Dal recente numero di "Buonissimo", la rivista edita da Taste-Italy, ecco un articolo con foto sulle attività della Dante. Grazie agli amici di Taste Italy!








Belluscone – Una storia siciliana.


Giovedì 24 maggio presso la Filmhuis Klappei, abbiamo assistito alla proiezione del film Belluscone – Una storia siciliana. Si tratta di un falso documentario, detto anche mockumentary, in cui degli eventi di fantasia vengono presentati allo spettatore come reali mediante l'uso del linguaggio documentaristico. Il film ha sicuramente fatto discutere i nostri soci, ma ha anche divertito.

Il regista Franco Maresco comincia le sue ricerche con lo scopo di raccontare il legame tra Silvio Berlusconi e la Sicilia, il perché del grande consenso riscosso tra i siciliani e la natura dei suoi rapporti con alcuni personaggi legati alla mafia siciliana. Maresco però, dopo anni di ricerche e riprese, abbandona il progetto e sparisce. Sarà quindi il critico del cinema Tatti Sanguineti a dar voce all’amico regista. Tatti lascia la sua Milano e si mette in viaggio verso la Sicilia, con l’intento di portare avanti il progetto lasciato incompiuto dall’amico Franco. Quello che trova sono ore e ore di girato sull’impresario di cantanti neomelodici Ciccio Mira, grande sostenitore di Berlusconi e nostalgico della vecchia mafia, quella che creava lavoro e garantiva tranquillità, sostituendosi di fatto allo stato. Ma certe cose non si possono dire di fronte alle telecamere e Ciccio si rimangia più volte le sue affermazioni.

Grazie a Ciccio, tanti cantanti neomelodici hanno trovato il successo. Tra questi spicca Vittorio Ricciardi, richiestissimo in tutte le radio locali e idolo delle giovani palermitane. In questo film lo vediamo collaborare insieme ad Erik, autore di testi e musicista. I due lavorano al brano Vorrei conoscere Berlusconi, che anima le piazze nelle serate estive. Nasce però una diatriba tra i due artisti ed Erik accusa Vittorio di avergli rubato il pezzo e Ciccio di averlo fregato. Sarà solo grazie all’intervento del duo comico palermitano Ficarra e Picone, richiesto da Tatti, che i due ritroveranno l’intesa.

Ma il ruolo del cantante neomelodico va ben oltre la musica. Egli fa da tramite tra le famiglie di Palermo e i loro cari che si trovano in carcere o, come dicono loro, che sono “ospiti dello stato”. Per questo nasce il sospetto che il neomelodico sia, anche se involontariamente, portatore di messaggi importanti rivolti ai boss mafiosi. E quando a Vittorio Ricciardi sfugge proprio un messaggio di saluti rivolto a uno di questi, nasce l’equivoco. Mentre il boss e la sua famiglia minacciano di porre fine alla sua carriera, il ritratto del cantante fatto dai media è quello di un eroe che lotta contro la mafia.

Insomma, forse le verità e le risposte che cercava Franco Maresco non sono venute a galla. Ma allo spettatore è rimasto il suo ritratto della Sicilia e la canzone tormentone “Vorrei conoscere Berlusconi” che riecheggia nella testa.

Melania Mereu

sabato 16 giugno 2018

Hommage à Franco Basaglia
 

IIC, martedì 19 giugno ore 18.30
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Omaggio a Franco Basaglia, promotore della moderna concezione della salute mentale e riformatore della disciplina psichiatrica.
 
Il dibattito si terrà in francese.
 
In occasione dell’inaugurazione della mostra fotografica Deux voyages Belgique-Trieste con il CRF del Club André Baillon di Vinciane Hanotte e France Paquay, vi sarà una conferenza tenuta da Maurizio Costantino, assistente sociale, psicologo, collaboratore e responsabile di numerosi progetti internazionali nel settore psichiatrico.
L'oratore, oltre a descrivere del ruolo svolto da Basaglia in Italia e in Europa nella seconda metà del '900, illustrerà il programma della Commissione europea per la riforma della psichiatria in Grecia.
 
L’evento sarà preceduto nel pomeriggio (15.00-17.30) da un incontro tra operatori belgi della salute mentale, dell’inclusione sociale e dell’intervento comunitario, con una tavola rotonda organizzata in collaborazione con il Centro “Franco Basaglia” di Liège e introdotta da Maurizio Costantino (aperta al pubblico interessato).

venerdì 15 giugno 2018

Consigli di viaggio - in Sardegna


Carissimi soci, vi ringrazio nuovamente per la vostra partecipazione alla conferenza sulla Sardegna. È stato un piacere parlarvi della mia terra e delle sue peculiarità. L’ho fatto con grande entusiasmo e spero vi sia arrivato.



Come già accennato giovedì sera, vi invito a dare un’occhiata ad alcuni siti internet nei quali potete trovare ulteriori informazioni e curiosità sulla Sardegna.



Sardegna Turismo, sito ufficiale del turismo della Regione Sardegna:

Turismo e sport, sezione dedicata alle novità sul turismo e sullo sport del sito ufficiale della Regione Sardegna:





Fondazione Sartiglia:

Comune di Sant’Antioco:

Archeotur, cooperativa che si occupa della gestione dei servizi turistici e della valorizzazione dei beni culturali, Sant’Antioco:





Museo Archeologico di Sant’Antioco:

Museo del Bisso di Chiara Vigo, Sant’Antioco:

B&B Il Tramonto, Sant’Antioco (ulteriori foto nella sezione “paesaggio”):




Vi ricordo inoltre il Parco Letterario di Galatellì in provincia di Nuoro, patrocinato dalla Società Dante Alighieri e dedicato alla scrittrice sarda, nonché Premio Nobel, Grazia Deledda: Parco Letterario Grazia Deledda

Spero di aver suscitato la vostra curiosità e spero di vedervi presto in Sardegna.


Melania Mereu

giovedì 14 giugno 2018

Club di lettura e incontro con l'autore al De Groene Waterman: Buio Blu, di Francesco Velonà


Sabato 19 maggio, La Dante di Anversa ha avuto il piacere di ospitare lo scrittore Francesco Velonà per il consueto incontro del "Club di lettura" presso la libreria De Groene Waterman. I nostri soci hanno avuto la possibilità di discutere del libro Buio blu insieme all'autore, con la partecipazione del moderatore Carmine Vilardi.
Velonà è autore per la tv, per il teatro e per il cinema, campi in cui riesce ad esprimere al meglio la sua spiritosa vena creativa. È infatti uno degli autori del programma comico Made in sud e della commedia per il cinema Babbo Natale non viene da Nord. Dal dietro le quinte della tv però, Francesco ha deciso di cimentarsi nella produzione letteraria con il suo primo romanzo Buio blu.





L’autore si presenta subito come una persona alla mano e desiderosa di svelarci tutte le curiosità sul suo libro. Sembra trovarsi subito a suo agio all'interno del nostro club e sottolinea più volte il suo entusiasmo nel trovarsi a parlare del suo libro faccia a faccia con i suoi lettori. Per lui si tratta di un'esperienza nuova, molto lontana dalle presentazioni ufficiali, nelle quali si rivolge ad un pubblico che ancora non ha letto il suo libro.



Il romanzo contiene alcuni elementi autobiografici. L'idea nasce infatti da un sogno dell'autore, nel quale egli vedeva entrare nella sua camera da letto delle persone dalle quali non voleva assolutamente farsi vedere in pigiama, come per esempio il suo capo o dei professori universitari. Per questo motivo, ci svela Francesco, indossa sempre dei pigiami eleganti.



Buio blu è quindi legato al tema del sogno. Il blu rappresenta il colore dei sogni e trova come corrispettivo visivo l'immagine iniziale delle vecchie VHS. Il titolo pensato in origine per questo romanzo era I solidi ignoti, volto a rappresentare i sogni come un qualcosa di concreto e astratto allo stesso tempo. Il titolo fu poi cambiato poiché ricordava troppo quello del film italiano I soliti ignoti, ma anche perché nello stesso periodo raggiunse la fama un duo comico chiamato “I soliti idioti”.



Un altro dei temi principali di questo libro è l’amore. O per meglio dire, l’idea dell’amore. L’idea della donna perfetta che Marco, il protagonista, incontra ogni notte nei suoi sogni. Il sogno rappresenta dunque una fuga dalla realtà verso la “realtà del sogno”, più piacevole e appagante.



Altro tema ricorrente e importante per Francesco è il caso, che ritiene determinante tanto nella sua vita privata quanto nelle sue creazioni.




Francesco definisce Buio blu un giallo. Questo perché tutto il romanzo è disseminato di indizi da trovare e di puntini da unire. Gli elementi tipici del giallo vengono quindi trasposti nel romanzo.



Per concludere in modo divertente questo incontro del club di lettura, Francesco e Carmine ci propongono di affidarci ancora una volta al caso, invitandoci a giocare a tombola in modo un po' particolare: ogni numero estratto corrisponde ad un capitolo del libro del quale leggiamo insieme qualche passo.



I nostri soci hanno apprezzato la chiacchierata con Francesco e Carmine, hanno chiesto approfondimenti e hanno condiviso la propria opinione. Inoltre, il gioco finale ci ha permesso di chiudere con leggerezza e divertimento.

Melania Mereu


Culture mediterranee - la poesia come ponte sul mare

In questi giorni in cui sembra che i rapporti tra stati e culture possano solo portare a scontri e tensioni, ci sembra doveroso ricordare che, al di là di tutte le differenze religiose, culturali e politiche, restiamo fondamentalmente essere umani e non possiamo non condividere. La poesia e la creatività sono un ottimo mezzo, semplice e diretto, per fabbricare un ponte che possa attraversare oceani di sofferenze. Per questo, condividiamo le parole di Abe, poeta palestinese ad Anversa, anzi, Borgerhout, amante dell'Italia e del buono che c'è in ogni persona.


Traduzione:

Le persone sono come abitazioni.
Uno di loro era una stanza di passaggio in un albergo di passaggio.
L'altro era un appartamento in affitto per un tempo limitato.
E la terza era la casa che ora tu possiedi.

venerdì 8 giugno 2018

Club di lettura del 12 maggio: Solo qualche solco, del maestro Graziano Moretto


È stato un club di lettura sui generis quello che lo scorso 12 maggio ha visto come protagonista Graziano Moretto, primo fagottista dell’Orchestra Filarmonica di Anversa che nella sua vita è passato per via naturale dalla composizione di brani musicali a quella di brani poetici, facendo leva sulla comune origine dei due linguaggi espressivi e sul fatto che entrambi si rivolgano alla parte più ancestrale del nostro cervello: quella votata alle emozioni.




La consueta lettura dei testi è stata infatti intervallata dall’esecuzione dal vivo di quattro brevi impressioni per fagotto, create da Moretto negli anni ’90, come a voler restituire agli avventori della De Groene Waterman una visione completa del suo ideale estetico.
Moretto ha dimostrato di essere un artista dall’animo garbato, che non ama definirsi un poeta di professione (se davvero la rara dote della sensibilità sinestetica può circoscriversi a una sfera professionale), la cui semplicità dei modi però rivela inaspettatamente una curiosità caleidoscopica, che porta il lettore ad attraversare con volo leggero i tempi screziati della geografia umana: dalla primordiale mitologia mesopotamica alla filosofia taoista, passando per i grandi poeti della letteratura occidentale.
Questa duplice natura del musicista-poeta, semplice e complessa allo stesso tempo, emerge con trasparenza dai suoi testi, dove all’estrema semplicità dei suoni si accompagna sempre una massima complessità semantica.

La sua ricerca formale si muove infatti in direzione di ritmi ben riconoscibili, essenziali, “orecchiabili”, musicali appunto, in linea con quanto già affermato dal poeta cileno Octavio Paz, che nel 1967 scriveva: «La poesia di una sola sillaba non è meno complessa della Divina Commedia o del Paradiso Perduto […] Capire una poesia vuol dire in qualche modo capirne il suono [] leggere una poesia è udirla con gli occhi, udirla è vederla con gli orecchi» (Corriente alterna). Ma nella poesia di Moretto quanto più il suono diventa semplice, tanto più la semantica si complica e si moltiplicano i livelli di lettura: le parole sono volutamente ambigue per lasciare il lettore libero di seguire il proprio percorso interpretativo, come messo davanti a uno “scavo archeologico” che dalla superficie della parola poetica vuol condurre a strati più profondi della significazione.

Il primo “ostacolo” è fornito dal titolo delle raccolte dalle quali Moretto ha estratto le sue letture: Precessione (2003) e Do (2017).
Come spiega l’autore, questi titoli sono un “portale” che può scoraggiare o incoraggiare alla lettura a seconda della curiosità che si vuol investire per decifrarne il significato.
Il titolo della prima raccolta, ad esempio, fa riferimento alla precessione degli equinozi, cioè al movimento “a trottola” compiuto dall’asse terrestre in un periodo di 26.000 anni, un tempo lunghissimo e impercettibile per gli esseri umani, ma che diventa quasi un fremito, una vibrazione se a percepirlo è un osservatore lontanissimo come quello immaginato dal poeta, Sirio.
Il libro è stato scritto in un momento di sperimentazione, presenta perciò dei testi volutamente disomogenei dai quali Moretto ha cercato di mantenere una distanza quasi siderale: la scrittura è oggettiva, analitica, il linguaggio quasi scientifico, e nel realizzarli il poeta confessa di aver avuto l’impressione che si fossero quasi formati da soli, per auto-sedimentazione, dopo aver eliminato il superfluo.
Vi troviamo componimenti come Pietra, che facendo riferimento all’atto dello scrivere come forma di cristallizzazione del pensiero, sembra riecheggiare il “Se pareba boves” della lingua italiana; oppure Ziqqurat, la cui disposizione dei versi sulla pagina sembra ricostruire i gradoni ascensionali del tempio mesopotamico e nel quale troviamo versi puramente musicali, come il vrs.6, la cui melodia è dettata dall’elenco di parole sumere sopravvissute fino ai nostri giorni: «ninna nanna bella Innana buona notte luna Nanna va verso l’alto»; o anche Nel parco, nel quale viene ripresa la tesi medievale diffusa dal Libro dei XXIV filosofi (e variamente rielaborata nei secoli) secondo la quale Dio sarebbe “una sfera infinita il cui centro è ovunque e in ogni luogo”. Nella strofa finale leggiamo: «non c’è nessun centro/Nessuna circonferenza/Solo/Qualche/Solco», perciò nessuna definizione è in grado di afferrare, secondo Moretto, l’essenza di Dio, che può essere avvicinata solo tramite qualche indizio, qualche traccia, qualche solco appunto, come quello di un LP che direziona il suono.



La seconda raccolta ha invece un titolo aperto, Do, che è la prima nota musicale che impara un bambino, la prima persona del verbo dare, ma anche il suono di un ideogramma giapponese che ha il significato di “terra”. Per il poeta questo libro ha significato un po’ un ritorno alla “terra della poesia” dopo molti anni dall’uscita del primo, ma vuol essere anche un invito a non rimanere troppo “con i piedi per terra”, a ragionare utilizzando bene entrambi gli emisferi cerebrali, lasciando in alcuni casi la logica per abbandonarsi alle pure immagini (da qui la scelta di utilizzare un ideogramma).
Molte sono le forme sintattiche alternative che troviamo in Do, si costruiscono ad esempio degli assurdi semantici in cui i verbi “essere” e ’”avere” coincidono oppure due parole distinte assumono una forma univerbata per questioni legate al ritmo o alla maggior pregnanza del significato (si leggano ad esempio i «battenti chiusiaperti» e gli «oggettiricordo» in Congedo). E anche qui tornano echi di culture lontane, come il concetto orientale del Mujō “Im-permanenza”, nella Macchina in fuga, o dell’Amleto di Shakespeare come in Ordina Scene, dove però la vita non è “una favola narrata da uno sciocco”, bensì da Phersu, dio etrusco mascherato, il cui nome è collegato a una parola etrusca usata in tutto il mondo: “persona”.



L’incontro si è concluso con la presentazione in anteprima del terzo libro di Moretto, dal titolo Antichton - Antiterra, che verrà dato alle stampe il prossimo inverno.
Qui il titolo si riferisce alla concezione del filosofo greco Filolao (V sec. a. C.), secondo la quale i movimenti della Terra attorno al sole potevano essere spiegati dalla presenza di un pianeta gemello della Terra che ruotava alla stessa velocità, ma in senso opposto. Quest’idea viene presa in prestito nella raccolta per trattare poeticamente del mondo del pensiero pre-logico e post-logico (cioè della prima e dell’ultima fase della vita, quando cede il velo della razionalità), del mondo delle coscienze dissociate (la malattia mentale), ma anche del mondo del sogno e della visione, di tutti quei mondi cioè in cui la ragione non indirizza più la mente verso una direzione efficiente. Le visioni irrazionali che ne scaturiscono e che si oppongono alla logica sono appunto “l’Anti-Terra”.
Se Precessione voleva sottolineare una “distanza dalla terra” e Do un “ritorno alla terra”, il terzo libro si pone dunque come l’apice di una trilogia terrestre, che in quest’ultima pubblicazione si avvale anche del contributo dell’arte figurativa.
All’artista Giulio Napoletano è stata infatti affidata la visualizzazione grafica di alcune poesie che, in linea con la libertà evocativa caldeggiata dai versi, lascia ampio margine di interpretazione alla cifra stilistica dell’illustratore, pur mantenendosi coerente con l’iter del poeta.

Un esempio di quanto la sensibilità artistica di Napoletano si sia dimostrata aderente all’intenzione poetica di Moretto si evince ad esempio dalla rappresentazione della poesia Luce oscura (esposta al De Groene Waterman), in cui la figura femminile che emerge candida da un lago oscuro riecheggia il Lavacro di Venere della prima raccolta, sottolineando la linea continuativa dell’intero percorso editoriale.


Un club del libro davvero originale, che per una volta ha saputo distaccarsi dalla pura lettura per abbracciare altre arti e stimolare altri sensi.
Rossella Pensiero