I MIEI STUPIDI INTENTI - Bernardo Zannoni
“L’homme n’est ni ange
ni bête mais le malheur veut que qui veut faire l’ange fait la bête. » Blaise Pascal, Pensées, 1678
(“L’uomo non è né un
angelo né una bestia ma la sfortuna fa sì che colui vorrebbe essere un angelo
diventi una bestia.”)
Nel suo romanzo, che prende
la forma di una favola, Zannoni sostituisce gli animali agli uomini. I più
notevoli di questi animali sono il protagonista, Archy, una faina, e il suo mentore,
la volpe Solomon, l’usuraio. La narrazione ci racconta tutte le vicende di
Archy dalla culla alla sua morte violenta.
Solomon evolve da maestro-proprietario
di Archy, a suo mentore sia riguardo alle faccende pratiche che alla sua
evoluzione intellettuale. Se al livello pratico
Solomon, l’usuraio, si rivela un opportunista spietato che approfitta della
debolezza intellettuale dei suoi clienti, egli diventa un personaggio più
complesso come mentore.
In effetti, da un canto,
Solomon insegna a Archy a leggere e a scrivere e questo gli servirà a gestire
le finanze del padrone, ma dall’altro, Archy potrà leggere il libro di Dio e
più tardi riscrivere la vita di Solomon e perfino scrivere anche la sua. Non è un’impresa
puramente altruista quella di educare Archy. Infatti Solomon sente un bisogno di
comunicare le sue idee, un bisogno di farsi un compagno intellettuale che
condivide queste idee.
Leggendo il libro di Dio,
Solomon si è fatto l’idea che sia un uomo, un figlio di Dio, e che per ciò sarà
salvato, che dopo la sua morte vivrà accanto a Dio. Visto che Dio no ha né
inizio né fine e che l’uomo essendo il suo figlio partecipa (a metà) alla
natura divina – l’uomo nasce ma continua a vivere dopo la morte - nella vita
degli uomini c’è un prima e un dopo. C’è dunque una dimensione temporale.
« Verba volant
scripta manent. »
Lo scritto non apporta
soltanto questa conoscenza al lettore, scrivere costituisce però anche un mezzo
per sopravvivere sulla terra rimanendo presente nella memoria dei lettori. Mentre
a Solomon importa che quest’immagine che lascerà alla posteriorità sia positiva,
ad Archy importa soltanto che Klaus, l’istrice che l’ha salvato, possa
ricordarsi della loro amicizia, che possa avventurarsi anche lui sulla pista
pericolosa di una conoscenza che potrebbe diventargli fatale, oltrepassando la
sua condizione animale. Tra l’altro, è grazie alla scrittura, che Solomon e
Archy hanno il sentimento di avere oltrepassato le limiti dell’esistenza
animale.
La consapevolezza del
tempo e, forse, come conseguenza, ancora più l’aspirazione a oltrepassare la
morte conferisce a Archy, a Solomon, agli uomini una superiorità per rapporto
agli animali.
“Ignorance is a bliss.” (“L’ignoranza è una benedizione.”)
In effetti, gli animali,
inconsapevoli della dimensione temporale della vita, vivono esclusivamente nel
presente, e seguono inconsapevolmente gli impulsi degli istinti. Ad esempio, l’amore
per loro non ha niente di romantico né di duraturo. Louise dirà “Ti amo, Archy.
C’è la stagione degli amori.” Anche Archy segue a volte i suoi istinti
irritando così il suo mentore che lo rimprovera e opporrà l’amore di Dio
all’amore animale. Anche l’istinto materno o paterno, il legame di fratellanza
hanno i loro limiti: Annette baratta suo figlio Archy per una gallina e mezza e
ad un certo punto, affamati, Archy e Leroy stanno per mangiare Otis, il loro
fratello debole, e pure essendo padre, Archy, affamato, sta per mangiare il
proprio figlio salvato però da Anja, la sua compagna. Da madre, istintivamente,
Anja protegge i figli sentendosi in grado di crescerli da sola. L’istinto di
sopravvivere supera tutto. Gli animali rimangono attaccati alla vita fino
all’agonia.
Precisamente nell’agonia
Archy e Solomon sentono che le aspirazioni e gli sforzi a passare nell’aldilà
dopo la morte sono degli stupidi intenti. Archy ne è consapevole. Crede che gli
animali vivendo costretti nel presente, seguendo i loro istinti vivano
un’esistenza che coincide con la loro essenza e che così, siano perfetti.
Nella versione riscritta
della sua vita però Solomon considera l’aspirazione al potere o alla ricchezza
ed anche la relazione amorosa come dei stupidi intenti. Archy invece adottava
un atteggiamento più distaccato che disprezzativo riguardo al potere e alla
ricchezza e, infine, pure alle relazioni amorose sia con Louise che con Anja.
Essendo uomini, dovremmo
anche noi limitarci ad un’esistenza meno ambiziosa di quella che ci
caratterizza? Sarebbe questa la morale del romanzo?
Umanista, preferisco continuare
in tutta modestia ad aspirare a trascendere ciò che crediamo essere i nostri
limiti, allargando così l’orizzonte della nostra vita. Finirò con una citazione
di Guglielmo I d’Orange anche noto come Guglielmo il Taciturno : “Nul
n’est besoin d’espérer pour entreprendre ni de réussir pour persévérer. » (“Non
c’è bisogno di sperare per intraprendere né di riuscire per perseverare.”)
Bruno Solignac