Il 24 settembre la tirocinante Chiara
Grillo, da poco laureata in Scienze politiche all’Università di Anversa, ha
tenuto una conferenza sulla storia dei rapporti tra le comunità linguistiche
italiana e tedesca in Alto Adige, regione dove è nata e cresciuta. Per questo
la sua presentazione ha spesso intrecciato racconti di eventi e la sua storia
familiare, rendendo la narrazione più viva.
Il suo racconto è partito dall’imposizione
della lingua italiana e dalla cancellazione di quella tedesca in Alto Adige
sotto il regime fascista attraverso operazioni e provvedimenti vari:
trasferimenti di famiglie contadine delle regioni del Nord Italia in Alto
Adige, italianizzazioni arbitrarie di toponimi e cognomi, divieto
dell’insegnamento e dell’uso della lingua tedesca e anche episodi violenti come
la distruzione della principale scuola elementare di Bolzano. Tuttavia, la
Chiesa, grazie a prerogative previste dai Patti Lateranensi, riuscì a mantenere
l’uso della lingua tedesca per le messe e organizzò una rete di Katakombenschulen
(scuole catacombe) per insegnare ai bambini il tedesco. Gli altoatesini si
sentirono dunque oppressi dal regime fascista e, venendo a sapere del progetto
del recupero del Lebensraum da parte di Hitler, videro in lui un
liberatore, che però tradì le loro aspettative a causa della sua alleanza con
Mussolini.
Dopo la caduta del fascismo, caddero il
divieto dell’insegnamento del tedesco e furono ripristinati i cognomi e i
toponimi tedeschi. Tuttavia, la popolazione di lingua tedesca portava ancora,
nei confronti degli italiani, un rancore che si tradusse in attentati violenti.
Perciò, per calmare i germanofoni, lo Stato italiano concesse all’Alto Adige
uno statuto di autonomia speciale, superiore a quello delle altre regioni a
statuto autonomo.
Con la nascita dell’Unione Europea, arrivarono dei cambiamenti: fu istituita, per agevolare scambi economici e scientifici, l’Euroregione includente Tirolo, Alto Adige (o Südtirol, in tedesco) e Trentino, su cui gli altoatesini hanno un’opinione molto positiva. E anche per questo motivo in Alto Adige tutti i partiti sono tendenzialmente europeisti.
Inoltre, il politico Alexander Langer vide
nell’Unione Europea una potenziale nuova Heimat, oltre le barriere territoriali
e linguistiche, per gli altoatesini. Nel tedesco dell’Alto Adige, “Heimat” non
significa semplicemente “patria”, ma “terra, suolo naturale, con cui si vive
una connessione profonda”. Ma questa speranza non si avverò.
Tuttavia, nel passato recente sono stati
adottati provvedimenti per avvicinare le comunità italiana e tedesca, come
l’obbligo dell’apprendimento della seconda lingua della regione nelle scuole,
seppur suddivise in italiane e tedesche, la creazione di associazioni (in Alto
Adige assai più popolari dei partiti) volte alla conoscenza dell’altro e la
fondazione di un centro per la pace. Queste ultime due iniziative sono state
espanse anche per l’accoglienza e l’integrazione dei migranti.
Inoltre, i monumenti di matrice fascista
ancora presenti a Bolzano sono stati contestualizzati e spiegati, per non
cancellare il passato, permetterne una sua migliore comprensione e imparare
dalla storia gli errori da non commettere una seconda volta.
Piccola curiosità: esistono programmi di scambio tra l’Alto Adige e le Fiandre per conoscere e studiare modi diversi di gestire regioni bilingui. E gli stessi partecipanti alla conferenza hanno notato affinità tra la situazione descritta da Chiara e quella da loro vissuta.
Ringraziamo ancora Chiara della conferenza dettagliata e approfondita su una realtà poco conosciuta non solo all’estero ma anche nella stessa Italia.
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