Perché la nostra vita è dominata dalla scontentezza, dall’angoscia, dalla paura della guerra, dalla guerra?
Così l‘incipit di un’opera divisiva, nata
dalla regia di due menti diametralmente e politicamente opposte: da un lato
l’eterno Pier Paolo Pasolini, intellettuale, scrittore, sceneggiatore di
sinistra a cui si affiancano le idee stridenti di un personaggio quale
Giovannino Guareschi, anch’egli scrittore che, però, si colloca più vicino alle
posizioni della destra politica nella seconda metà del novecento italiano. Al
cercare di rispondere alla fatidica domanda, nel 1963 viene data vita a La
Rabbia, un’opera che in solo un’ora e mezza cerca di sovvertire e sfidare i
codici della cinematografia italiana e internazionale, inaugurando un genere
interamente nuovo.
Considerare l'opera come un reportage storico è riduttivo, se non fuorviante. Nel film non vediamo una singola ripresa effettuata dalle voci narranti: tutti i filmati sono presi da un cinegiornale intitolato Mondo Libero, e poi montati grazie all’incredibile talento di Pasolini e Nino Baragli nella prima parte, e Mario Serandrei e Giacinto Solito nella seconda. Il tutto viene montato in un unico filmato accompagnato dalla voce di intellettuali come Pasolini, Guttuso e Bassani e, successivamente, dalle voci di Guareschi, Gigi Artuso e Carlo Romano.
La vera rivoluzione viene fatta quando Pasolini interviene con la forza della penna, per smontare i classici stereotipi diffusi dai cinegiornali e dare una sua interpretazione personale alla domanda iniziale. Così facendo, parla di rivoluzione, di guerre, di lotta di classe e di mercificazione dei corpi. E seppur il tutto sia sostenuto da riprese reali, considerabili come prodigiosi cimeli storici, categorizzare il film come documentario storico significherebbe relegarlo in una cornice che annienterebbe ogni sua sfumatura.
Ciò che rende la parte di Pasolini così ben riuscita non è una semplice narrazione di eventi, né tantomeno la dicotomia tra il “noi” e il “loro”, ma è il cercare di fare breccia tra questa divisione, e l’impossibilità di aprire la porta della classe della bellezza e della ricchezza, l’impossibilità di adattarsi come esseri uguali e comuni poiché divisi da colori e da classi, è ciò che causa scontentezza, angoscia, paura della guerra e la guerra. Va oltre i confini della storia e del tempo, è una composizione che confluisce in noi, oggi. Anche se non vogliamo ricordare la guerra è un terrore che non vuole finire. Nell’animo, nel mondo.
La parte di Guareschi non rispetta questo schema e cozza con il significato che Pasolini le ha dato. Non – solo – per gli ideali di destra, per il razzismo, per la polemicità, ma per aver portato tutto su un piano stereotipato e privo di gradazione. Il découpage, la narrazione atemporale e la profondità della prima parte pasoliniana vengono annientati da una piattezza assolutizzante, e il tutto viene posizionato in un riquadro che non può esistere al di fuori del periodo in cui è stato creato. Niente più nuance, ma solo il bianco e il negro, e la lotta di classe si converte in masse agitate scagliate da un nemico comune: il marxismo.
Eppure, la contrapposizione tra le due parti crea un prodotto unico nel suo genere da guardare con consapevolezza. Bisogna essere consapevoli, consapevoli di poter e dover andare oltre le barriere del tempo. Consapevoli che la rabbia non è statica, ma è una fiamma che divampa facilmente ma che è difficile da estinguere. Consapevoli di potersi riconoscere nella formulazione di certi stereotipi, e consapevoli di poterli abbattere. Consapevoli che non si tratta solo di un film del ‘63, ma che è un’opera dall’attualità disarmante e consapevoli che nello specchio del passato ci sono sempre dei riflessi del presente e del futuro.
Giulia Campolo, tirocinante presso La Dante di Anversa




