lunedì 25 maggio 2026

Il nostro primo quiz...esperimento riuscito!

Riguardando indietro fra le attività degli scorsi mesi, non possiamo non ricordare con piacere la serata del nostro primo quiz del DanteDì. Una bella serata in compagnia dei soci, guidati da due conduttori d'eccezione come Alice Avanzi e Geert Gulickx. Sicuramente...voor herhaling vatbaar!!!







Conferenza del prof. dr. Franco Paris sulla traduzione dei Canti di Hadewijch

Cosa vuol dire davvero tradurre? I dizionari affermano, con precisione, che la traduzione serve per passare da una lingua a un’altra. Ma cosa succede nel viaggio dalla lingua di partenza alla lingua d’arrivo? Nel nostro perentorio immaginario comune vediamo la traduzione come un interruttore che accende la prima e spegne l’altra, lasciando brancolare nel buio le sfumature più importanti di questo processo: scegliere, ascoltare, pesare, reinventare.

È ciò che è emerso con forza durante l’incontro dedicato ai Canti di Hadewijch, nella traduzione italiana di Franco Paris, pubblicata da Le Lettere nel 2025 con testo medio-nederlandese a fronte e a cura di Veerle Fraeters e Frank Willaert. L’opera raccoglie i quarantacinque Liederen della poetessa mistica brabantina, composti intorno alla metà del XIII secolo e considerati una pietra miliare della mistica e della letteratura europea.

Franco Paris, traduttore letterario e docente di lingua e letteratura nederlandese all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, è una figura di riferimento negli studi neerlandistici in Italia. Esperto di poesia, teatro e traduzione letteraria, si è trovato di fronte a una sfida traduttiva dalla notevole complessità: non è solo la lingua che deve essere trasposta, ma anche secoli di sistemi poetici e concetti teologici lontani dal lettore contemporaneo.

Hadewijch, l’iniziatrice della Nederlandstalige poëzie secondo Paris, ha creato un testo che si erge sia sulla forma letteraria sia sulla costruzione teologica. Tradurlo significa affrontare una doppia difficoltà, letteraria e tecnica. Un esempio centrale è la parola dall’olandese medio Minne, “amore”, che nell’opera indica un amore divino e una forza mistica e femminile con cui l’anima entra in relazione. Proprio qui emerge una delle soluzioni più interessanti della traduzione di Paris: la scelta di rendere questa personificazione “Amor ella”. In italiano, “amore” è grammaticalmente maschile; questa soluzione permette di conservare la dimensione femminile senza appiattirla, restituendo al lettore italiano non solo il significato della parola, ma anche la sua funzione poetica.

Un altro nodo fondamentale è quello della rima. Tradurre poesia in rima è sempre ostico: da una parte c’è il desiderio di mantenere la musicalità dell’originale, dall’altra il rischio di creare versi artificiali. Paris lo ha sciolto scegliendo l’equilibrio, traducendo in rima dove possibile perché la fedeltà, in poesia, non coincide mai con la copia meccanica della forma.

Ma il vero animo della poesia può esprimerlo solo la voce: il momento più suggestivo è stato forse la lettura condivisa di alcuni passi attraverso le voci di Paris e Willaert. Il testo, così facendo, non arriva soltanto come un testo “antico”, ma come un vero e proprio testo vivo. Perché ridare voce a un’opera medievale non vuol dire solamente spiegarla, ma anche farla accadere di nuovo, davanti al pubblico.

Giulia Campolo, tirocinante Erasmus da Trieste presso La Dante di Anversa