Mariacarmen Orlando, ex-tirocinante Erasmus + della Dante nel 2024, è tornata con noi ad Anversa il 22 gennaio per parlarci delle figure sciamanico-stregonesche del folklore centro-meridionale.
Questa conferenza si inserisce in un percorso più ampio sull’argomento, che comprende anche due appuntamenti del Circolo dei lettori: infatti, sia La ianara di Licia Giacquinto, di cui abbiamo discusso a gennaio, sia Fumana di Paolo Malaguti, in lista per l’anno prossimo, trattano questo tema.
L’analisi di queste figure ci ha permesso di approfondire un aspetto della cultura popolare importantissimo in Italia da nord a sud, ma spesso dimenticato e sottovalutato dalla cultura ufficiale. Nel nostro viaggio, siamo partiti da Benevento, città vicino a Napoli nota come la città delle streghe. Si narra infatti che le streghe si trovassero qui, intorno a un albero di noce, per celebrare i sabba. La leggenda nasce dal culto di Iside, dea della magia, di cui era presente un tempio a Benevento, voluto da Domiziano. Iside era associata a due divinità: Ecate, dea degli inferi, e Diana, dea della caccia. Le streghe di Benevento si chiamano “janare”, nome che deriva proprio da “Dianara”, ovvero sacerdotessa di Diana.
Mariacarmen ci ha presentato in particolare la figura di Matteuccia da Todi, conosciuta come la Strega di Ripabianca. Matteuccia è stata torturata e processata per stregoneria, con varie accuse, tra cui la creazione di filtri d’amore e l’infanticidio. Morì sul rogo nel 1428, in uno dei primi processi di stregoneria d’Italia.
Le janare hanno, nel folklore, caratteristiche ben precise. Innanzitutto, secondo la tradizione, si cospargono di un unguento che permette loro di volare. Inoltre, si dice non possano entrare in casa se c’è una scopa accanto alla porta: si mettono infatti a contare le setole fino al mattino, quando ormai è ora per loro di andarsene. Di generazione in generazione si tramanda poi un accorgimento molto importante: se si pronuncia la parola “janara” bisogna aggiungere per scaramanzia la frase “oggi è sabato”. Questo serve infatti a distrarle, perché di sabato devono recarsi al sabba. A volte, le janare entrano nelle stalle e intrecciano la criniera dei cavalli, che al mattino vengono ritrovati esausti dai padroni. Possono entrare anche nelle case: se si sente un peso sul petto di notte, probabilmente sono “le janare che ti premono”! Tra la gente era poi diffusa la credenza che le janare causassero aborti e infertilità, ma anche deformità nei neonati, che la notte venivano quindi avvolti in un “fascione” protettivo. C’è poi un metodo per scoprire quali sono le streghe del paese: recarsi alla messa di Natale e osservare chi sono le ultime donne ad uscire dalla Chiesa. Tra le credenze popolari, si ricorda anche un metodo per catturare le janare: bisogna afferrarle per i capelli, il loro punto debole. Alla loro domanda “cos’hai in mano?” bisogna rispondere “ferro e acciaio”, per trasformare i capelli in una massa pesantissima che impedisce loro di scappare.
Mariacarmen ci ha poi presentato altre due streghe dell’area: ’a Zucculara, che infesta una zona di Benevento, il Triggio, e indossa zoccoli rumorosi, da cui prende il nome; ’a Manalonga, che vive nei pozzi e raggiunge chi si avvicina con la sua mano.
Ma la strega non è una figura confinata nel passato. Infatti, ancora oggi è un simbolo caratteristico della città di Benevento, a partire dal celebre premio letterario, il Premio Strega, istituito a Roma da Guido Alberti, produttore del liquore Strega di Benevento. Anche lo sport è coinvolto: la squadra di calcio della città ha proprio una strega sullo stemma! La cultura legata alle streghe è poi conservata grazie all’istituzione del museo Janua e a un festival (‘Janara. Le streghe di Benevento’), in cui, due volte l’anno, si tengono concerti e rappresentazioni folkloristiche.
Dopo l’interessantissima esplorazione dell’area beneventana, ci siamo spostati verso Napoli. Figura celebre è ’O Munaciello che, come si dice, “a chi arricchisce e a chi apezzentisce”: può arricchire o mandare in miseria. È rappresentato come un ragazzino deforme con l’abito da monaco, di bassa statura. Ci sono varie ipotesi sulle origini. La prima è che sia nato dall’amore impossibile tra la ricca Caterinella Frezza e Stefano Mariconda, un povero garzone. Il figlio sarebbe nato deforme dopo la morte del padre e l’entrata della madre in convento. Un giorno, all’improvviso, il bambino scompare e i napoletani iniziano a vederlo in giro per la città; si inizia quindi a pensare che porti fortuna o sfortuna. Secondo un’altra versione della storia, ’O Munaciello sarebbe l’antico gestore dei pozzi d’acqua (il pozzaro) della Napoli sotterranea. I pozzari erano infatti sia personaggi dispettosi, se non venivano pagati, sia portatori di doni.
Altro personaggio presentato da Mariacarmen è la bella ’mbriana, spirito della casa. Il suo nome deriva dalla meridiana, simbolo del calore domestico. È uno spirito domestico che si manifesta sottoforma di geco o tra le tende mosse dal vento alla ‘controra’ (il primo pomeriggio). È uno spirito buono ma può diventare irascibile! Si arrabbia infatti se la casa è trascurata o se ci si trasferisce, fino a provocare la morte di un familiare. La leggenda nasce da una principessa che impazzisce per un amore perduto; il padre decide di ricompensare le persone che la accolgono nel suo girovagare, impietositi dalla sua infelicità.
Molto nota a Napoli è anche Maria La Rossa, conosciuta come la strega di Port’Alba. Si narra che, nella zona dei librari, i napoletani avessero scavato un buco abusivo per entrare velocemente nella città, che poi viene ufficialmente aperto in una porta nel 1625. Secondo la leggenda, Maria, una ragazza dalla chioma rossa, era innamorata di Michele, che viveva fuori dal perimetro cittadino. Dopo l’apertura della porta, quando la distanza tra smette di essere un ostacolo, i due decidono di sposarsi. Inspiegabilmente, il giorno delle nozze, Michele attraversa la porta e non riesce più a muoversi. Maria si consuma per il dolore e viene accusata di essere strega; viene appesa in una cella di ferro sotto la porta e da lì lancia una maledizione alla città.
Infine, abbiamo esplorato alcune tradizioni appartenenti ad altre regioni, come quella delle cogas, donne vampiro della Sardegna, quella calabrese delle magare, donne che di notte si trasformano in uccelli notturni, o ancora la leggenda della pantasema, proveniente dall’Italia centrale, che si rifà a un antico mito pagano legato all’agricoltura.
Ringraziamo Mariacarmen per il suo bellissimo intervento che ci ha permesso di approfondire questo interessante aspetto della cultura italiana e vi aspettiamo ai prossimi appuntamenti della Dante!
Mariacarmen Orlando è laureanda in Lingua e Cultura italiana per Stranieri presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale. Al momento si trova in Belgio (Gent) per svolgere un programma di volontariato europeo presso un’associazione che si occupa di sostenibilità e giustizia sociale.
Elena Michelini, tirocinante Erasmus+ presso La Dante di Anversa.